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Ogni persona uccide ciò che ama. Il problema dell’aggressività secondo Freud e Winnicott

Ogni uomo uccide ciò che ama

Eppure ogni uomo uccide ciò ch’egli ama, e tutti lo sappiamo:
gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli,
il vigliacco con un bacio, l’eroe con una spada!
Gli uni uccidono il loro amore, quando sono ancor giovani;
gli altri, quando sono già vecchi;
certuni lo strangolano con le mani del Desiderio, certi altri con le mani dell’Oro;
i migliori si servono d’un coltello, affinché i cadaveri più presto si gèlino.
Si ama eccessivamente o troppo poco;
l’amore si vende o si compra ;
talvolta si compie il delitto con infinite lacrime, tal’altra senza un sospiro,
perché ognuno di noi uccide ciò ch’egli ama eppure non è costretto a morirne.
Oscar Wilde


L’aggressività e l’amore si intrecciano per tutta la vita, e la forma di questo intreccio si modifica e si sviluppa fin dall’infanzia.
Inizialmente, la spinta ad aggredire si mischia con la spinta ad amare. Successivamente, aggressività e amore tendono a distinguersi, e l’aggressività serve all’amore per conoscere l’altro.

Freud nel 1915 dopo aver individuato l’organizzazione orale, descrive come prima fase dello sviluppo la fase orale o cannibalesca. La fonte è la zona orale, l’oggetto è in stretto rapporto con quello dell’alimentazione, la meta è l’incorporazione (Laplanche e Pontalis, 1967). Secondo una suddivisione introdotta da Abraham e ripresa da Freud (1932), la fase orale si articola in due stadi: il primo è caratterizzato dall’incorporazione orale e manca di ogni ambivalenza nella relazione con l’oggetto, che è il seno materno. Il secondo stadio, contraddistinto dalla comparsa dell’attività del mordere, può essere definito “sadico-orale”; esso presenta per la prima volta i fenomeni di ambivalenza tra amore e aggressività, che diventano poi molto più evidenti nella successiva fase sadico-anale. il secondo stadio della fase orale è contrassegnato dalla dentizione e dall’attività del mordere. L’incorporazione assume il senso di una distruzione dell’oggetto e presuppone quindi l’intervento dell’ambivalenza nella relazione oggettuale.

Il riconoscimento di questa ambivalenza ha portato Freud all’esame dei fenomeni del sadismo e del masochismo. Nel sadismo il soddisfacimento sessuale è legato alla condizione che l’oggetto sessuale patisca dolori, maltrattamenti e umiliazioni; nel masochismo invece è legato al bisogno di essere l’oggetto maltrattato. Il sadismo e il masochismo entrano nel normale rapporto sessuale: il sadismo è in stretta relazione con la mascolinità, il masochismo con la femminilità. Sadismo e masochismo, dice Freud, offrono un eccellente esempio di impasto delle due specie di pulsioni, l’Eros e l’aggressività. Egli avanza l’ipotesi che questo rapporto sia tipico, che tutti i moti pulsionali che possiamo studiare consistano di tali impasti o leghe delle due specie di pulsioni; naturalmente impasti variabilmente combinati (Freud, 1932).

Per Winnicott amore e odio sono i due principali elementi sui quali si fondano le vicende umane. Sia l’amore che l’odio implicano aggressività.

L’aggressività istintuale, sebbene presto si ponga al servizio dell’odio, in origine è parte dell’appetito. La parola avidità, dice Winnicott, forse meglio di qualsiasi altra rende l’idea dell’originaria fusione di amore e aggressività, sebbene in questo caso l’amore sia limitato a quello orale.

In primo luogo c’è un’avidità potenziale, che può essere crudele, nuocere ed essere pericolosa, sebbene non in maniera intenzionale. Lo scopo del lattante è la gratificazione, la pace della mente e del corpo. Il lattante ricerca questa gratificazione con avidità, ma presto si accorge che la componente aggressiva di questa stessa avidità, connessa al mordere, mette in pericolo proprio ciò che ama e da cui trae gratificazione (Winnicott, 1984).

Nella fase successiva, l’amore si differenzia dall’aggressività, ma l’aggressività serve all’amore perché permette di collocare l’oggetto nella realtà. In questa fase l’aggressività del bambino viene per gran parte trasferita nel gioco con gli oggetti e nella fantasia. Nel lattante amore e odio sono intensi. È vero che il lattante ha una grande capacità di distruzione, ma è altrettanto vero che ha una grande capacità di proteggere dalla propria distruttività ciò che ama. L’esigenza di proteggere l’oggetto d’amore lo porta in questa seconda fase ad una separazione di ciò che può fare male, da ciò che non fa male. Mordere, per esempio, quando viene rivolto agli oggetti inanimati diventa una fonte di piacere, separata dall’aggressione alle persone amate. In questo modo gli elementi aggressivi dell’appetito possono venire isolati e conservati per essere usati quando il bambino è arrabbiato, e mobilitati per lottare contro la realtà esterna percepita come cattiva (Winnicott, 1984).

Quando il bambino differenzia aggressività e amore, sperimenta a pieno anche la sua ambivalenza verso gli oggetti d'amore, che contemporaneamente ama e aggredisce. Se questi "sopravvivono" al suo odio e alla sua aggressione, se lo accolgono e lo amano con fermezza, il bambino impara a conoscere e a tollerare la sua aggressività e la mette al servizio di scopi costruttivi. La sopravvivenza dell’oggetto, permette al bambino di iniziare a vivere nel mondo degli oggetti; ma il costo che deve essere pagato sta nell’accettare la continua distruzione, nella fantasia inconscia, relativa all’entrare in rapporto con l’oggetto. Questa è una posizione che l’individuo deve raggiungere già nei primi stadi della crescita emozionale, attraverso la sopravvivenza reale degli oggetti investiti di carica istintuale, i quali si trovano nello stesso momento in via di essere distrutti perché reali e di diventare reali perché distrutti (Winnicott, 1984).

L’impasto tra aggressività e amore prima di essere del bambino è della mamma; l’ipotesi di Winnicott (1958) è che la madre odi il bambino prima che il bambino odi la madre, e prima che il bambino possa sapere che la madre lo odia. Di fatto, come aveva già detto Freud, la mamma può odiare il suo bambino per diverse ragioni. E’ necessario che essa possa tollerare questo suo odio, se per paura di ciò che potrebbe fare, non può odiare appropriatamente il suo bambino che le fa male, essa potrà ricorrere al masochismo. Winnicott evidenzia come questa ambivalenza della madre verso il bambino si esprima in maniera naturale nelle ninna nanne per calmarlo. In molti casi queste permettono alla madre di esprimere la propria aggressività con le parole; queste sono crudeli mentre la melodia è dolce.

L’odio della madre non solo fornisce un senso di realtà ma muove anche la capacità del bambino di odiare. Come sostiene Winnicott (1958), il bambino non riuscirà a tollerare tutto il proprio odio in un ambiente sentimentale, egli ha bisogno di odio per odiare.

Riferimenti bibliografici

  • Freud S. (1932). Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni), Lez. 32: Angoscia e vita pulsionale. Opere cit., Vol. 11. Torino: Bollati Boringhieri, 2006.

  • Laplanche J., Pontalis J. B. (1967). Tr. It. Enciclopedia della psicoanalisi. Bari: Laterza, 2000.

  • Winnicott D. W. (1958). Tr. It. Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze: Martinelli, 1975.

  • Winnicott D. W. (1971). Tr. It. Gioco e realtà. Roma: Armando editore, 2006.

  • Winnicott D. W. (1984). Tr. It. Il bambino deprivato. Le origini della tendenza antisociale. Milano: Cortina, 1986.


articolo a cura della dottoressa
Rossella Bloise
Psicologa psicoterapeuta a Firenze

Dott.ssa Rossella Bloise

Psicologa psicoterapeuta

Il mio approccio alle tematiche della sofferenza psichica e del benessere è in accordo con la prospettiva psicoanalitica, che mi ha formato e continua a formarmi come persona e come professionista.


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Laurea magistrale in psicologia dello sviluppo e dell’educazione

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