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Il supporto psicologico nell’elaborazione del lutto

Soltanto coloro che evitano l’amore possono evitare il dolore del lutto. L’importante è crescere, attraverso il lutto e restare vulnerabili all’amore.
(J. Bratner)

Perdere una parte di sé

Nell’enciclopedia Treccani il lutto è definito come un “Sentimento di profondo dolore che si prova per la morte di una persona cara, soprattutto di un parente, o in genere di persone la cui perdita è vivamente rimpianta”.  Sotto il profilo psicologico la “persona cara” è quella che ha fatto parte integrante della propria esistenza, che ha costituito una base significativa per la costruzione del proprio Sé, che è entrata a fare parte del proprio mondo interiore fino a costituire una vera e propria estensione di sé stessi.

Quando si subisce un lutto muore una parte più o meno estesa della propria persona, così come muore quando si subiscono altri tipi di perdite che annientano aspetti costitutivi dell’esistenza psicologica, come quando si sperimenta il fallimento di un progetto che era stato riconosciuto come un obiettivo di vita fondamentale, o come quando viene gravemente lesa l’immagine di sé, pubblica o privata. Il lutto si qualifica come un evento altamente traumatogeno, che produce una destrutturazione della persona, e che richiede, per essere fronteggiato, un vero e proprio processo di riorganizzazione e ricostruzione psicologica.  

Quando la sofferenza diventa malattia

A seguito del lutto risulta del tutto normale entrare in una condizione psicologica alterata, segnata dal dispiegarsi di meccanismi di difesa primitivi, come la negazione della realtà e il farsi prendere da un sentimento di irrealtà, che spinge la persona verso un vero e proprio stato di dissociazione dall’esperienza reale. Alla fase dell’incredulità segue tipicamente una fase di profonda angoscia, che tipicamente si sfoga in una condizione depressiva, segnata da diminuzione del tono emozionale, pensieri negativi, senso di inutilità dell’esistenza e inibizione dell’azione. In buona parte dei casi, questa fase di sofferenza acuta viene progressivamente superata in tempi circoscritti con la progressiva accettazione della perdita, e con la progressiva acquisizione della capacità di condurre una vita soddisfacente senza il supporto della persona defunta. Questa progressiva accettazione è resa possibile, oltre che dalla mobilitazione delle risorse individuali, anche, e non in ultimo, dalla rielaborazione, sul piano affettivo e cognitivo, della relazione con il defunto.

Il superamento del lutto non è certo un fatto spontaneo e automatico, ma richiede alla persona di impegnarsi a fondo in un vero e proprio lavoro di rielaborazione psicologica. Per varie ragioni, interne ed esterne, questo lavoro psicologico può non realizzarsi, mentre l’alterazione psicologica determinata dal lutto può permanere ed anche accentuarsi. Nell’ultima edizione del più diffuso manuale diagnostico, il DSM V (Diagnostic Statistical Manual), si parla di Disturbo da Lutto Persistente Complicato, nei termini di una condizione patologica conclamata. Secondo il DSM V questo disturbo interesserebbe una percentuale non trascurabile della popolazione, con un valore che si attesta tra 2,4 e il 4,8%.
Secondo alcuni autori (Parker e Weiss) il lutto assume una consistenza patologica in rapporto al verificarsi delle seguenti condizioni:

  • depressione e tristezza per più di 24 mesi;
  • condizione di stordimento per più di 2-3 settimane;
  • negazione della perdita e sentimenti di colpa intensi per più di sei mesi;
  • grave senso di colpa combinato con ideazioni prossime al delirio;
  • cambiamenti bruschi del comportamento;
  • idealizzazione della persona defunta, con cui si aveva una relazione negativa;
  • abuso di sostanze, insonnia e fobie diverse;
  • idee persistenti di suicidio, motivate anche dal desiderio di ricongiungersi con la persona defunta.

Il Disturbo da Lutto Persistente e Complicato (DLPC) presenta una sua specificità, che lo distingue da disturbi psicologici analoghi, come il Disturbo Depressivo Maggiore (DDM) e il Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS). La tristezza, i sentimenti di colpa, la ruminazione sugli errori e sui fallimenti del passato sono presenti sia nel DDM che nel DLPC, tuttavia, mentre nel primo caso sono generalizzati, nel secondo vengono esperiti solo in relazione alla figura del defunto. Per quanto sia il DPTS che il DLPC siano caratterizzati da forti emozioni negative, si tratta di tipologie diverse: nel primo caso di paura e di ansia, nel secondo di tristezza e nostalgia. Anche i pensieri intrusivi sono diversi nel due disturbi: nel DPTS si ha una attivazione incontrollata delle emozioni negative, mentre nel DLPC le intrusioni sono prettamente relative ad immagini positive e confortanti della relazione con il defunto.

L’elaborazione del lutto

A fronte di un lutto patologico si configura l’esigenza di intraprendere una vera e propria psicoterapia, la cui durata e i cui obiettivi dovranno essere valutati caso per caso. Tuttavia, anche nella prospettiva di un lutto “normale”, può essere utile avvantaggiarsi di un supporto psicologico per assumere una posizione di maggiore forza verso una fase della vita così dolorosa e difficile. Il periodo ottimale in cui iniziare gli incontri è dopo le prime due settimane di lutto fino al terzo mese. Il numero di incontri può variare ma in genere da 2-3 fino a circa 10.

L’idea di fondo è che il legame con la persona perduta rimanga vivo dentro di noi per tutta la vita. Per quanto venga interrotto gravemente dalla morte, si tratta comunque di un “legame continuativo”, che potrà essere oggetto di una elaborazione altrettanto continua da svolgersi a più riprese. Nel momento della perdita, il dolore si lega alla sensazione di non potere più vivere senza l’altro, e più ancora di subire la morte di una parte di sé stessi, fino a sentirsi annientati. Il senso dell’elaborazione del lutto procede verso il riconoscimento del defunto come una parte viva e vitale della propria anima, come un fondamento della propria persona, che continua ad agire come fonte di energia, linea guida e faro, nel sempre difficile rapporto con la realtà, interna ed esterna. È solo ponendosi in questa prospettiva che diviene possibile “cambiare il colore dei ricordi”, trasformando la tristezza e il dolore, per quello che è stato e non è più, in un ricordo positivo.

Il tramite fondamentale per l’elaborazione del lutto è stimolare e sostenere un’attività espressiva che permetta di rievocare in maniera forte e ricca il vissuto con il defunto. Un canale privilegiato è costituito dalla narrazione, orale e scritta. Questa, soprattutto nelle sue forme più creative, che si avvalgono di libere associazioni, simboli e metafore, da un lato, favorisce lo sfogo delle emozioni e dei sentimenti penosi, dall’altro permette di penetrare gli aspetti più profondi dei vissuti personali, rendendo possibile una loro comprensione più ampia, tipicamente aperta alla riconciliazione con ciò che è stato e alla sua valorizzazione.

Il lavoro di rielaborazione dei vissuti con il defunto può avvalersi anche di modalità espressive tipiche dell’arte terapia, come l’espressione grafica e l’uso delle fotografie, il cui utilizzo potrà essere modulato in rapporto alle inclinazioni e alla personalità del soggetto.

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articolo a cura della dottoressa
Rossella Bloise
Psicologa psicoterapeuta a Firenze

Dott.ssa Rossella Bloise

Psicologa psicoterapeuta

Il mio approccio alle tematiche della sofferenza psichica e del benessere è in accordo con la prospettiva psicoanalitica, che mi ha formato e continua a formarmi come persona e come professionista.


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