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L’empatia nella relazione analitica

Lopsicoanalista, nella relazione con il paziente, deve alternare momenti di separatezza e di vicinanza. Se adotta un atteggiamento di non coinvolgimento, ossia se è solo uno specchio, inibisce il processo. Se si lascia trascinare completamente nel rapporto, la terapia diventa una ripetizione dei penosi modelli che il paziente esperisce da tempo. Al riguardo Bolognini ha formulato il concetto di “perdita o di apertura di confine benigna”: un evento che, sia sul piano interpersonale che su quello intrapsichico, è condizionato dall’attivarsi o dal rilassarsi dell’Io difensivo. La “perdita o apertura di confine benigna” costituisce una delle mete profonde della vita umana, poiché consente l’accesso alla fusione primaria, alla nutrizione concreta e simbolica, alla socializzazione, all’accoppiamento amoroso, al contatto interno con parti di Sé e all’empatia. A questi sviluppi l’Io difensivo il più delle volte si oppone, in virtù di tracce mnestiche che segnalano situazioni di pericolo. Gli equivalenti corporei di queste situazioni fusionali benigne e parziali sono rappresentati dalle compenetrazioni istintive e naturali in aree nelle quali le mucose e i liquidi secretivi costituiscono il corrispettivo somatico della “battigia del preconscio”: area di passaggio tra dentro e fuori, di conoscenza tra il noto e l’ignoto, di scambio tra l’Io e il Tu, di piacere e di costituzione del “Noi”. La possibilità di sperimentare fusioni parziali, temporanee e mirate, attraverso relazioni basate su equivalenze nutritive, accuditive e genitali, favorisce di gran lunga l’instaurarsi di situazioni empatiche, e di scambi “da interno a interno”. In termini più ampi, per Berger, il processo empatico è dato da un’attenzione ugualmente focalizzata sul paziente sia dall’interno che dall’esterno. Questo implica che il terapeuta si ponga come soggetto in grado di alternare il ruolo di partecipante a quello di osservatore. Fattori emotivi e ideativi, coscienti e inconsci, contribuiscono al processo in ogni stadio. La posizione usuale del terapeuta, particolarmente nello stadio iniziale della terapia, è necessariamente quella di osservatore esterno. Da questa posizione più astratta e meno emotivamente evocativa, è possibile considerare la relazione tra numerosi elementi e cercare temi che colleghino le vicende. Con il progredire della terapia dopo questi stadi iniziali, le funzioni del terapeuta si fanno sempre più complesse, così da ampliare sia il modello concettuale che la comprensione empatica del paziente. Con il tempo, il terapeuta acquista la capacità di entrare nel mondo del paziente più identificandosi con esso che come osservatore sulla scena. La comunicazione del paziente racconta in molti modi la storia dell’interazione tra i due partecipanti. Racconta come essi entrino in contatto, come evitino di farlo, come ciascuno risponda ai bisogni dell’altro, e come vengano entrambi delusi. I due partecipanti si sforzano di comprendersi, ma a volte si ingannano e non colgono l’essenziale. Il conflitto interpersonale e intrapsichico, nel terapeuta e nel paziente, caratterizza il corso della terapia. Questa dinamica conflittuale apre ad una maggiore comprensione empatica mentre permette al paziente di acquisire una maggiore consapevolezza delle sue storie e delle sue convinzioni, contribuendo così allo sviluppo di un senso del sé più complesso e integrato. Le molteplici funzioni e prospettive che il terapeuta impiega devono essere tutte considerate aspetti di quella complessa capacità chiamata empatia. Nella alternanza tra partecipazione e osservazione, è il momento della partecipazione quello che maggiormente dà all’analista la sensazione di avere lavorato bene, ovvero di aver vissuto l’esperienza del paziente “dal di dentro”. Gli psicoanalisti impiegano molti anni per imparare a coniugare in modo integrato le capacità di sentire e pensare, di coltivare l’arte del contatto con il mondo interno proprio e altrui. Nella privatezza della loro analisi personale, e poi nell’incontro quotidiano con i pazienti, la sensazione di avere lavorato sufficientemente bene si accompagna di solito a quella di aver vissuto “dal di dentro” gli incontri più significativi della giornata. Gli psicoanalisti sperimentano sul campo la delicatezza e l’importanza della loro vita affettiva, senza la quale la loro professione si trasforma nello sforzo di dover stare seduti per ore, distaccati prima di tutto da una vasta parte di se stessi. Tuttavia, non di rado le ore lavorative sono mal vissute, dense di sensazioni negative e anti-emotive, e di pensieri aridi. La grande fatica dell’analista è in effetti quella di dover lavorare anche quando lavora male, che significa non essere in contatto con se stessi, prima ancora che con il paziente, ovvero non funzionare a un livello di integrazione tale da consentire al proprio Io di lavoro di prendere contatto con il Sé per riconoscere ed elaborare le esperienze durante la seduta analitica. I momenti in cui l’analista sente di lavorare male, tuttavia, possono essere oggetto del lavoro analitico e paradossalmente essere fondamentali per lo sviluppo della relazione empatica. Il lavorare male è molto spesso collegato alla situazione in atto e costituisce un inevitabile passaggio processurale, che è utile nella misura in cui diventa oggetto di lavoro analitico. Il fantasma della neutralità dell'analista, quale garanzia di professionalità e di scientificità, è un'ombra che ha accompagnato la psicoanalisi fin dal suo sorgere. Imparare a mettere in gioco la propria vita affettiva, a coinvolgersi sul piano del sentire profondo, comporta la caduta dell'arcaica illusione onnipotente di poter controllare i propri affetti fino a poterli decidere. E' pur vero che, se lo psicoanalista non può controllare il proprio sentire e decidere i propri affetti, può però imparare a riconoscerli e utilizzarli come risorsa. Lo psicoanalista, se non accoglie il proprio sentire per quello che è, rischia di mettere in atto un'empatia inautentica e forzata. Egli non può stabilire un reale contatto empatico con gli affetti del paziente se perde il corrispondente contatto con i propri. Se tende a sforzarsi di essere empatico, al di là del suo reale ed effettivo coinvolgimento inconscio nelle vicissitudini della relazione analitica, rimane immerso in un pericoloso autocompiacimento e rischia di perdere la capacità di riflettere su ciò che realmente prova, di osservare e di attendere gli sviluppi della vicenda analitica stessa. In questo modo lo psicoanalista rischia di cadere in quello che Bolognini chiama empatismo. A fronte della perdita dell’illusione dell’imperturbabile costanza funzionale dello psicoanalista, oggi la psicoanalisi è stata arricchita dalle progressive acquisizioni circa la contenibilità, analizzabilità e utilizzabilità degli affetti come aspetti della tecnica analitica. Il loro riconoscimento conferisce al vissuto dell’analista un naturale senso di realtà e di verità nell’esperienza di lavoro, che altrimenti potrebbe risultare derealizzante, non autentica e povera. Per entrare davvero in empatia è necessario uscire dal buonismo e disporsi a contattare anche sentimenti sgradevoli, che sfiorano l'odio e l'ostilità, o riconoscere umilmente di non riuscire a sentire l'altro, pena il cadere nell'illusione di stabilire un contatto, proprio mentre lo si sta evitando. Inoltre, da un punto di vista economico, il lavoro dell’analista è di solito più dispendioso e affaticante quando egli impegna molte energie per difendersi dal contatto con i propri affetti, che non quando li vive direttamente. Gli affetti, evocati controtransferalmente dalla relazione psicoanalitica, contribuiscono alla conoscenza dinamica di ciò che li ha suscitati. L’esperienza controtransferale è necessaria per entrare davvero nel mondo interno di un paziente, anche se non garantisce affatto il raggiungimento di un buon grado di empatia. L’elaborazione di tale esperienza costituisce tuttavia il presupposto per lo sviluppo di un’empatia ampia e profonda, non limitata alla concordanza egosintonica. Non a caso, l’effettiva comprensione empatica si realizza spesso solo dopo periodi anche lunghi di non comprensione e di confusione, durante i quali all'analista spetta il compito di restare in posizione di ascolto fiducioso, senza per questo cadere nello sforzo di ricercare il contatto a tutti i costi. La vera empatia è per Bolognini una condizione di contatto conscio e preconscio caratterizzata da separatezza, complessità e articolazione. Uno spettro percettivo ampio in cui sono comprese tutte le tonalità di colore emotivo, dalle più chiare alle più scure, e soprattutto un progressivo, condiviso e profondo contatto con la complementarità oggettuale, con l’Io difensivo e con le parti scisse dell’altro, non meno che con la sua soggettività egosintonica. Ai livelli più profondi di interazione, il terapeuta presta grande attenzione alle proprie esperienze interiori, partendo dal presupposto che immagini ed emozioni personali siano state attivate in lui dallo stato interiore del paziente. Con il controtransfert il terapeuta prende così contatto con aspetti interiori non accessibili, come emozioni e conflitti arcaici, penosi e generalmente non riconosciuti. A volte può stabilire uno stato di fusione con il paziente, sperimentando l’interscambio di aspetti di sé con aspetti del paziente. La capacità di resistere al bisogno di conoscere in maniera razionale i vissuti del paziente, che sottostanno a questi stati esperienziali, contribuisce all’empatia. In questi stati è implicito il concetto di una regressione nella quale l’Io e il Super-Io hanno allentato la loro presa sull’Es, permettendo al terapeuta di entrare in contatto con questo. Altre volte il terapeuta, entrando involontariamente in stati controtransferali di carattere difensivo, può diventare eccessivamente sensibile o distante nei confronti del paziente. In questo caso è alterata l’oscillazione tra la posizione dell’osservare e quella del partecipare. In uno stato eccessivamente sensibile, il terapeuta può fissarsi in una posizione unicamente identificatoria, perdendo il confine tra le emozioni del paziente e le proprie. La possibilità di vivere situazioni empatiche è senz’altro maggiore per le persone che hanno consolidato un buon senso di individuazione e di separatezza tra sé e l’altro, ma che hanno anche conservato la capacità di carrellare alternatamente tra regressioni al servizio dell’Io e progressioni verso i livelli maturi del funzionamento mentale. Le persone che sono in grado di frequentare aree transizionali comuni senza la pretesa di invadere l’altro e senza, all’opposto, la difesa strenua del ritiro narcisistico, sono avvantaggiate in questo senso, e un requisito fondamentale sembra quello di poter godere di un ambiente interno sufficientemente bonificato, in modo che le proiezioni non occultino la percezione del mondo esterno, e che vi sia la disponibilità di uno spazio contenitivo in cui poter accogliere degli introietti, ospitandoli, conoscendoli e condividendoli. In ogni caso la comprensione empatica è sempre approssimativa e incompleta. Essa fa parte di tutte la relazioni umane, ma i terapeuti dovrebbero essere in grado di usare le complesse e diversificate modalità tramite cui si realizza l’empatia, necessaria per coinvolgere il paziente nella partecipazione a una riflessione condivisa.

Riferimenti bibliografici

  • Berger D. M., 1989. L’empatia clinica. Astrolabio

  • Bolognini S., 2005. L’empatia psicoanalitica. Bollati Boringhieri


articolo a cura della dottoressa
Rossella Bloise
Psicologa psicoterapeuta a Firenze

Dott.ssa Rossella Bloise

Psicologa psicoterapeuta

Il mio approccio alle tematiche della sofferenza psichica e del benessere è in accordo con la prospettiva psicoanalitica, che mi ha formato e continua a formarmi come persona e come professionista.


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Iscritta dal 2011 all’Albo degli Psicologi della Regione Toscana n. 6734
Laurea magistrale in psicologia dello sviluppo e dell’educazione

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